La nostra città sgomberata e triste?

30 ottobre 2015
Scritto da Radio Kairos

extelecom

Ancor più della crudeltà, dell’azione di sgombero dell’ex Telecom colpisce la sua gratuità. Lo sappiamo tutti: quel palazzone da pochi giorni riconsegnato al degrado e alla rovina rimarrà lì per anni, vuoto e inutilizzato. Che bel progresso: lo stato d’abbandono al posto dello stato sociale. E un costo altissimo per la città, in termini economici e di convivenza civile.

Lì vicino, a poche decine di metri, un altro non luogo: i bio-palazzoni con rifiniture d’alta qualità da redistribuire a ciò che resta della borghesia bottegaia di questa città, l’intento patetico di riqualificare l’area dell’ex mercato ortofrutticolo riconvertendo verso l’alto la classe sociale residente alla Bolognina. Sono ancora quasi tutti vuoti quegli appartamenti, invenduti, le strade che dovrebbero farli comunicare tra di loro non sono ancora state completate. In mezzo a tutto questo squallore fa quasi tenerezza il colosso di vetro del liber paradisus, mortificato per l’ennesima volta dalle forzature degli altri, ben più forti, poteri che oggi governano la nostra città, davanti ai quali ormai non riesce a far altro che chinare la testa.

Quel giorno sotto il palazzone della vergogna, in mezzo ai trecento che solidarizzavano con gli occupanti, c’eravamo anche noi, educatori e assistenti sociali, quelli su cui ricadrà il peso di dover provare a tirar fuori qualcosa dalle macerie generate da questo scempio della ragione. D’altra parte, ormai da tempo la Procura della Repubblica è diventata la nostra reale committenza, quella che determina gli indirizzi dei servizi sociali cittadini. Caterina, che all’interno dell’ex Telecom conduceva laboratori espressivi per aiutare tutti quei bambini a gestire la loro inevitabile impetuosità, gli occhi puntati verso gli occupanti sul tetto, mi ripeteva sconsolata che ci vorranno anni, e forse non basteranno, per compensare gli effetti devastanti che un atto così brutale e violento avrà sulla formazione della personalità di minori in una fase così delicata della loro crescita. Che favore immenso e inatteso per i predicatori della sovversione islamista, la nostra stupida cecità ingrossa continuamente il loro patrimonio di odio anti-occidentale.

A chi obietta che tra gli occupanti ci sia stato un uso strumentale dei bambini in chiave anti sgombero, che molti non avevano accettato in precedenza la collaborazione dei servizi per trovare soluzioni abitative alternative, è sin troppo semplice rispondere che il problema non può essere il nostro giudizio valoriale sui metri di misura per disperazioni così acute. Il problema non sono loro, siamo noi, cosa siamo noi, cosa siamo diventati. Una massa informe di cittadini spaventati che sperano passi la bufera: via, tratteniamo il respiro che poi tutto tornerà come prima. Ma nulla tornerà più come prima: le masse che si spostano non sono un’emergenza del nostro tempo, sono il nostro tempo.

Almeno se ne accorgesse la politica, ma pare proprio lei la prima vittima di tutta quest’esplosione di muscoli e brutalità, di prepotenza e ingiustizia sociale. Eppure basterebbe poco per trasformare questa indifferenza ostile in accoglienza, basterebbe non individuare in tutte le esperienze organizzative d’inclusione sociale che con enorme fatica sbocciano dal basso, dei nemici da abbattere come birilli ma aiutarle a diventare forza propulsiva, elemento di contagio per una città più equa e solidale. Basterebbe creare sul territorio luoghi di esistenza transitoria degna per tutte queste genti di passaggio, spazi dotati dei servizi fondamentali, piccole abitazioni prefabbricate mono famigliari (e superare finalmente l’orrore delle famiglie divise dopo lo sfratto: la madre con i minori in albergo, il padre il più delle volte in macchina, la condizione di fragile precarietà che da passeggera diventa permanente tra il menefreghismo degli ipocriti adulatori dei vari family day). Basterebbe rispondere all’unica domanda che di fronte a questi fatti ha senso farsi: esiste ancora il diritto all’esistenza? Esistenza reale, culturale, politica, come dimostra la scia di repressione che in pochissimi giorni da Atlantide, passando da Via Solferino, è arrivata fino in Via Fioravanti e poi chissà dove.

Alla recente assemblea a @Labas mi ha colpito in particolare l’intervento di un giovane attivista della caserma occupata di via Orfeo. Mi ha colpito la sua autenticità, quella di chi con sincera incredulità s’interroga sulle ragioni del possibile imminente sgombero di un luogo in cui, insieme ai suoi compagni, ha “creato un laboratorio di bio-pizza, uno spazio educativo per i bimbi del quartiere, il mercato di Campi Aperti a chilometro zero e soprattutto una pratica attiva di relazioni umane positive e socializzanti”. Mi ha fatto male ascoltare quel ragazzo. Mi ha ricordato che molti di noi , ormai sopra ai cinquanta, hanno assimilato la sconfitta come orizzonte probabile delle loro lotte: per noi lo sgombero di un luogo occupato alla fin fine è inevitabile perché è così che da sempre succede, ricominciare ogni volta è nell’ordine normale delle cose, “quando avevamo trovato tutte le risposte ci hanno cambiato tutte le domande” stava scritto sopra un muro di Quito negli anni settanta. Per quel ragazzo non è così, per lui uno sgombero si può, si deve evitare, una lotta giusta si può, si deve vincere. E’ la forza della sua spontaneità che ci manca, quello di cui abbiamo bisogno. Bravo ragazzo: questa volta ricominciamo da te.

Paolo Coceancig della nostra tramissione “Signore e signori il welfare è sparito”.

Photo tratta dal reportage di Melissa Ianhen Iannieallo


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